«Parlavo di calcio, non di persone». Ma quel calcio chi lo gioca?
L’ex campione del mondo Bastian Schweinsteiger, accusato di razzismo per aver definito «selvaggio» il gioco della Costa d’Avorio, si difende così. Ma uno stile non esiste senza i corpi che lo praticano — e quei corpi, questa volta, erano neri.

C’è una frase che gira da qualche giorno e che vorrei prendere sul serio, perché merita di essere presa sul serio e non liquidata in un titolo. Prima di Germania–Costa d’Avorio, partita del girone E giocata a Toronto e vinta dai tedeschi per 2 a 1, Bastian Schweinsteiger — campione del mondo nel 2014, oggi opinionista per l’emittente pubblica ARD — ha spiegato ai telespettatori cosa aspettarsi dagli ivoriani. Ha detto che giocavano «un calcio africano», e ha aggiunto le parole che da allora non smettono di rimbalzare: «un po’ non ortodosso, un po’ selvaggio, forse poco condizionato dalla tattica». Imprevedibile, ha concluso. Un avversario di cui diffidare per ciò che gli manca, più che per ciò che ha.
La risposta è arrivata dal posto giusto, cioè dal campo. Emerse Faé, commissario tecnico della Costa d’Avorio, ha portato la sua nazionale agli ottavi di finale del Mondiale per la prima volta nella storia del Paese — una doppietta di Nicolas Pépé, due a zero al Curaçao — e proprio in uno dei momenti più alti della sua carriera si è ritrovato a gestire un’amarezza che con il pallone non c’entrava nulla. Non ha alzato la voce. Ha detto di essere deluso dall’uomo prima ancora che dall’opinionista, che da chi conosce il calcio in quel modo certe parole suonano davvero strane, e che — se chiamiamo le cose con il loro nome — quelle parole si potrebbero definire razziste. Poi ha aggiunto la cosa più dignitosa di tutte: non posso cambiare il modo in cui pensa, posso solo mostrare sul campo che l’Africa non è soltanto fisicità, ma anche tecnica, anche tattica. Ha risposto giocando. È la forma di replica più antica che esista, ed è anche la più difficile da contestare.
A quel punto è cominciata la parte che mi interessa davvero. Schweinsteiger ha respinto l’accusa con una formula che ha la levigatezza di chi non vuole guardarsi dentro: «Parlavo di calcio, non di persone. Era un’analisi calcistica, niente di più, niente di meno». L’ARD lo ha coperto, dichiarando di non riuscire a cogliere alcun razzismo nelle sue parole, e suggerendo che, se Faé parlasse direttamente con Bastian, ogni sospetto svanirebbe in un attimo. Nessuna scusa. Jürgen Klopp, interrogato sulla vicenda, ha preferito togliersi il microfono e andarsene. E così il verdetto — non è razzismo — è stato emesso in fretta, da chi quella parola, «selvaggio», non ha mai dovuto portarla addosso.
Ora, fermiamoci su quella difesa, perché è lì che tutto si gioca. Parlavo di calcio, non di persone. Sembra ragionevole. Sembra perfino prudente. Ma è un’arrampicata sugli specchi, e basta poco per accorgersene. Un modo di giocare non è un’idea che fluttua sopra il prato: è fatto di gambe che corrono, di corpi che si scontrano, di scelte prese in un decimo di secondo da uomini in carne e ossa. Quando dici che quel calcio è «selvaggio» e «poco tattico», non stai descrivendo un’astrazione. Stai descrivendo quello che fanno Pépé e i suoi compagni. Lo stile sono le persone, mentre si muovono. Separarli è impossibile, e fingere di poterlo fare serve solo a pronunciare la parola tenendo le mani pulite.
E c’è un dettaglio che fa crollare l’impalcatura dall’interno. Questi ivoriani «non ortodossi» si sono formati e giocano quasi tutti in Europa: nei settori giovanili e nei campionati di Parigi, di Londra, di Monaco, cioè dentro i canoni tattici più rigidi del continente che adesso li giudica disordinati. Cosa ci sarebbe, allora, di strutturalmente selvaggio in una squadra cresciuta nelle stesse accademie che hanno formato mezza Bundesliga? Nulla. Resta solo il pregiudizio geografico di chi commenta, che vede caos dove c’è una disciplina diversa, e istinto dove c’è una strategia che non si è preso la briga di capire.
C’è poi una prova che mette tutto in chiaro, ed è la selezione delle parole. Quando in tribuna stampa si parla di Scozia, di Irlanda, di certe nazionali sudamericane ruvide e durissime, lo stesso identico agonismo diventa «calcio fisico», «intenso», «di duello», «battaglia» — termini che hanno perfino una loro nobiltà. La parola «selvaggio» compare solo a un certo punto, e quel punto, guarda caso, coincide con il colore della pelle in campo. Il vocabolario cambia quando cambia la pelle. Questo non è analisi tattica. È una mappa vecchia, disegnata molto tempo fa, che continua a essere ricalcata ogni volta che qualcuno con un microfono in mano non si ferma a pensare a cosa sta dicendo.
Io questo peso lo conosco, per il mestiere che faccio e per una vita passata a costruire ponti tra culture diverse; e ho imparato che un nome messo addosso a qualcuno può diventare una gabbia, se lo si lascia fare — non per quello che la parola significa, ma per l’abitudine di chi la pronuncia. «Selvaggio» non racconta gli ivoriani. Racconta una vecchia consuetudine dell’occhio europeo, quella di guardare un continente intero e vedere vigore dove c’è intelligenza, istinto dove c’è metodo. È una consuetudine che si può smettere. Ma per smetterla bisogna prima ammettere di averla.
Ed è qui che la difesa di Schweinsteiger fallisce davvero, molto più che nella scelta delle parole. Difendere l’intenzione — non volevo offendere nessuno — invece di ascoltare l’effetto è il modo più elegante per non assumersi nulla. Le buone intenzioni non hanno mai disinnescato un’offesa; semmai la rendono più difficile da discutere, perché spostano la conversazione dal danno a chi lo ha subìto verso il sentimento di chi lo ha provocato. Sarebbe bastato dire: non mi ero accorto del peso di quella parola, e mi dispiace. Cinque secondi. Invece il caso si è chiuso in un batter d’occhio, come davanti a una commissione che ha già deciso prima ancora di ascoltare.
Il campo, però, una risposta l’ha già data. La Costa d’Avorio è agli ottavi, e Faé ha mostrato esattamente ciò che andava mostrato, con i piedi e con le parole. Non si può giudicare un quadro insultando la mano che lo dipinge, e non si può raccontare un gioco disprezzando i corpi che lo tengono in vita. Le parole costruiscono mondi: chi tiene il microfono lo sa, o dovrebbe saperlo. Il resto è soltanto rumore di chi non vuole sentire.