Henri Olama: educatore interculturale, formatore, artista e musicista

Henri Olama è un educatore interculturale con esperienza trentennale nelle scuole della Lombardia. Attraverso il Metodo del Cerchio Doppio — che mette in orbita la tradizione Beti, i simboli Adinkra, la psicologia junghiana e la pedagogia autobiografica di Duccio Demetrio — conduce laboratori di musica, arte, teatro e body art per bambini, docenti e istituzioni.
Un creatore di metodo, non un erogatore di servizi
Ci sono educatori che applicano metodi altrui. Ci sono formatori che adattano approcci consolidati. Poi c’è chi ha dovuto costruire il proprio strumento perché quello giusto non esisteva ancora.
Il Metodo del Cerchio Doppio non nasce in un’università. Nasce nel 1999 in una classe di Bergamo — venti bambini, sette paesi di provenienza, una sola domanda impossibile da eludere: come faccio a fare in modo che si incontrino davvero, non solo che si siedano vicini?
La risposta l’ho costruita pezzo per pezzo, anno dopo anno, incontro dopo incontro. È documentata in un libro, riconosciuta da Fondazione Cariplo, dall’Università Milano-Bicocca e dal Ministero della Giustizia. Non offro un programma. Offro un metodo che si adatta a ogni contesto perché è nato dal contatto diretto con la realtà — non progettato a tavolino.

Da Ekoudbessanda a Bergamo
Sono cresciuto nella foresta del Camerun centrale, nel villaggio di Ekoudbessanda, nella regione di Mbalmayo. A tredici anni ho lasciato il villaggio per studiare in città. Nel 1989 ho attraversato l’Oceano Atlantico portando con me la musica, i racconti, la pedagogia del mio popolo — e la certezza che l’incontro con l’altro è il senso del viaggio.
Mi sono laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano con il professor Duccio Demetrio. È stato in quegli anni che ho capito che il mio lavoro non sarebbe stato trasmettere una cultura a un’altra: sarebbe stato costruire lo spazio in cui due sistemi di conoscenza si incontrano senza che nessuno dei due debba cedere.
Dal 1999 conduco laboratori nelle scuole della Lombardia — non come ospite esterno che porta un’esperienza lontana, ma come educatore che lavora ogni giorno nelle aule, con i bambini, con i docenti, con le storie concrete di classi plurilingui e pluriculturali.
C’è un’immagine che porto sempre con me quando entro in una nuova aula. Sono un ragazzo di tredici anni che cammina fuori dalla foresta del Camerun verso una città che non conosce. Quella sensazione — essere straniero, non capire, dover costruire tutto da zero — è diventata il cuore del mio metodo. Non la racconto come trauma. La racconto come risorsa. È da lì che ho imparato che l’incontro vero richiede coraggio da entrambe le parti, e che il lavoro dell’educatore è creare le condizioni perché quel coraggio emerga.
Il Metodo del Cerchio Doppio
Come funziona
Il Cerchio Doppio nasce dall’incontro di due sistemi di conoscenza che non si fondono e non si cancellano: girano insieme, e in quello spazio di incontro nasce qualcosa che nessuno dei due potrebbe produrre da solo.
Il Primo Cerchio porta la tradizione educativa Beti del Camerun — con la sua sequenza Fare → Sentire → Riflettere → Condividere, dove il corpo sa prima della mente — e i venti simboli Adinkra del popolo Akan, che uso nei laboratori come strumenti di autobiografia: ogni simbolo è uno specchio, non una decorazione.
Il Secondo Cerchio porta la psicologia junghiana — l’archetipo, l’Ombra, il riciclo creativo come integrazione dello scarto — e la pedagogia autobiografica di Duccio Demetrio, che mi ha insegnato che raccontarsi è un atto educativo fondamentale.
Quando i due cerchi girano insieme generano uno spazio di incontro reale: non una mediazione al ribasso tra culture diverse, ma un luogo nuovo dove può nascere qualcosa che prima non esisteva.
Come si vede in pratica — un momento di laboratorio
Una classe di quarta elementare. Bergamo, marzo. Ventitré bambini, undici nazionalità. Chiedo loro di scegliere un simbolo Adinkra — uno dei venti che abbiamo disposto sul pavimento come un cerchio. Non spiego cosa significano. Prima si sceglie. Poi ci si guarda e si dice: “Questo sono io. Perché?”
Quello che succede nei venti minuti successivi non ha niente di esotico. Ha tutto di universale. Un bambino del Bangladesh e uno di Cernusco sul Naviglio scoprono di aver scelto lo stesso simbolo — Sankofa, il tornare indietro per prendere ciò che è prezioso — e di volerlo per ragioni completamente diverse e profondamente simili.
Questo è il Cerchio Doppio in azione. Non una lezione sull’Africa. Un’occasione in cui ogni bambino si racconta attraverso un simbolo che viene da lontano e arriva vicino.

Le mappe degli Adinkra
Nel 2006 ho scritto il primo — e ancora oggi unico — libro in italiano dedicato ai simboli Adinkra del popolo Akan. Non un saggio accademico: un percorso. Venti simboli come venti domande da portare dentro, per chi vuole capire chi è e dove sta andando.
Il libro nasce direttamente dall’esperienza nelle aule. Ogni simbolo che avevo usato nei laboratori con i bambini, ogni immagine che aveva aperto una conversazione inaspettata, ogni volta che un ragazzo aveva detto “questo sono io” davanti a un segno millenario — tutto questo è confluito in quelle pagine.
Le mappe degli Adinkra — 20 simboli per raccontarsi è pubblicato da MC Editrice, Milano.
Quando nel 2006 ho pubblicato Le mappe degli Adinkra, in Italia non esisteva nessun altro testo dedicato a questi simboli. Oggi, quasi vent’anni dopo, è ancora l’unico libro in italiano che li usa come strumenti di autobiografia — non come oggetti di studio folkloristico, ma come domande da portare dentro.
L’ho scritto per i docenti che mi chiedevano: “Come faccio a portare gli Adinkra in classe senza sembrare che sto facendo una lezione pittoresca sull’Africa?” La risposta è nel libro: non li presenti come simboli africani. Li presenti come specchi. Il bambino ghanese li riconosce. Il bambino bergamasco vi si riconosce. La differenza diventa il punto di partenza, non il problema da risolvere.
Saggi e contributi in opere collettive
Formarsi all’intercultura (Franco Angeli, 2004, a cura di M. Giusti) · Quando il tamburo creò il mondo (MC Editrice, 2005, a cura di V. Franchini) · Agenda interculturale (Meltemi, 1997, a cura di D. Demetrio) · Quaderno I.S.MU. (1998) · Famiglia Oggi (2000)



La musica: Trio Minlan e NNAM Project
La musica non è un’attività collaterale al lavoro educativo. È lo stesso lavoro, con un altro strumento.
Ho fondato il Trio Minlan nel 1995 — con Daniel Kollé e Paola Baffi — e in trent’anni abbiamo pubblicato due album: Nlo Dzobo (1995) e Dopo il viaggio c’è l’incontro (2016, progetto solidale per AICRA Onlus, con la partecipazione dei Sulutumana). I brani sono in ewondo — la lingua Beti del Camerun centrale, la mia lingua madre — e in italiano.
Nel 2026 ho aperto un capitolo nuovo: NNAM PROJECT, una formazione afro-contemporanea che fonde la tradizione musicale Beti con il jazz africano e la world music europea. Un progetto nato per i palchi dei festival, per le piazze dei comuni, per chi vuole ascoltare dove porta il ritmo quando smette di avere confini.

Il mio approccio al lavoro — cosa non troverai da nessun’altra parte
Esistono molti professionisti dell’intercultura. Alcuni portano in aula le tradizioni del loro paese. Altri propongono attività ludiche con elementi culturali. Altri ancora formano i docenti su protocolli e linee guida. Il mio lavoro è diverso per tre ragioni precise.
La prima: non separo mai il fare dal riflettere. Ogni laboratorio ha una sequenza pedagogica radicata nella tradizione Beti — Fare → Sentire → Riflettere → Condividere — che garantisce che l’esperienza corporea diventi conoscenza. Non si canta e basta. Si canta, si sente cosa succede dentro, se ne parla, si porta a casa qualcosa.
La seconda: uso sistemi di conoscenza, non contenuti culturali. Gli Adinkra non sono decorazioni africane che abbelliscono una lezione. Sono un sistema semiotico millenario che uso come strumento di autobiografia. La psicologia junghiana non è un’etichetta teorica: è il framework che spiega perché un simbolo del Ghana parla a un bambino di Bergamo.
La terza: sono contemporaneamente dentro e fuori. Sono camerunese. Sono italiano d’adozione da trentasei anni. Ho studiato Filosofia con Duccio Demetrio. Suono le percussioni e scrivo saggi. Conosco entrambi i sistemi che faccio incontrare dall’interno — non come osservatore esterno, ma come persona che li ha attraversati entrambi e ne ha pagato il costo reale. Questa posizione — la posizione della soglia — è il mio vero differenziale. Non si impara su un manuale. Si costruisce vivendo.
Con chi ho lavorato
Nel corso degli anni ho collaborato con istituzioni di primo piano: Università degli Studi di Milano-Bicocca, Fondazione Cariplo, Fondazione CRC di Cuneo, Fondazione Don Calabria, Ministero della Giustizia. Ho lavorato in scuole di ogni ordine e grado, cooperative sociali, carceri minorili, centri di accoglienza — in Lombardia e in tutta Italia.
Dal 2008 presiedo Erranza ASD, un’associazione culturale e sportiva con sede a Canonica d’Adda (BG) che organizza corsi, laboratori ed eventi interculturali sul territorio bergamasco.

Chi ha lavorato con Henri
Tre voci — da LinkedIn e da report ufficiali di progetto.
Henri Olama è un artista, sperimenta la sua creatività in più ambiti: pittura, musica, performance, fotografia, video. Grazie ai suoi talenti riesce a condividere le sue esperienze con alunni, dalle classi dell’infanzia alle secondarie, sperimentando i valori universali di cittadinanza più significativi: integrazione, inclusione, condivisione, interdipendenza.
Henry è un “vulcano” in continua attività: riesce a coniugare perfettamente creatività, progettualità, comprensione profonda delle idee e delle persone, talento artistico e rielaborazione originale delle esperienze. Il tutto si riversa in una concreta e proficua operatività, al servizio di obiettivi che puntano al miglioramento delle persone e della società.
Il progetto ha rappresentato un’esperienza educativa di grande valore. L’entusiasmo mostrato dai bambini, la loro capacità di apprendere con facilità contenuti anche complessi e la loro gioia nel condividere quanto appreso con le famiglie testimoniano il successo dell’iniziativa.
Domande frequenti su Henri Olama
Chi è Henri Olama?
Henri Olama è un educatore interculturale, formatore, artista visivo e musicista originario del Camerun, che vive e lavora a Bergamo. Con un’esperienza trentennale nelle scuole della Lombardia, ha sviluppato il Metodo del Cerchio Doppio — un approccio che mette in orbita la tradizione Beti e i simboli Adinkra insieme alla psicologia junghiana e alla pedagogia autobiografica di Duccio Demetrio, generando uno spazio di incontro reale tra culture diverse. È autore de Le mappe degli Adinkra (MC Editrice, 2006) e fondatore del Trio Minlan e di NNAM PROJECT.
Cos’è il Metodo del Cerchio Doppio?
Il Metodo del Cerchio Doppio è il metodo educativo proprietario sviluppato da Henri Olama. Unisce due sistemi di conoscenza: il Primo Cerchio porta la tradizione educativa Beti del Camerun — con la sequenza Fare → Sentire → Riflettere → Condividere — e i simboli Adinkra del popolo Akan come strumenti di autobiografia. Il Secondo Cerchio porta la psicologia junghiana e la pedagogia narrativa di Duccio Demetrio. Quando i due cerchi girano insieme generano uno spazio di incontro reale, applicabile in laboratori scolastici, formazione docenti e consulenza interculturale.
Dove opera Henri Olama?
Opera principalmente in Lombardia, con interventi in tutta Italia. Ha collaborato con scuole di ogni ordine e grado, università, cooperative sociali, fondazioni e carceri minorili. A livello istituzionale ha lavorato con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, Fondazione Cariplo, Fondazione Don Calabria e il Ministero della Giustizia. Dal 2008 presiede Erranza ASD, associazione culturale con sede a Canonica d’Adda (BG).
Henri Olama fa anche musica?
Sì. La musica è parte integrante del suo lavoro, non un’attività separata. Ha fondato il Trio Minlan nel 1995 — con Daniel Kollé e Paola Baffi — pubblicando due album in ewondo e italiano. Nel 2026 ha fondato NNAM PROJECT, una formazione afro-contemporanea che fonde la tradizione musicale Beti con il jazz africano e la world music europea, pensata per festival, comuni ed eventi culturali.
Cosa sono i simboli Adinkra e perché li usa nei laboratori?
Gli Adinkra sono simboli visivi del popolo Akan (Ghana) che condensano valori, principi e visioni del mondo. Henri li usa come strumenti di autobiografia: ogni simbolo diventa uno specchio in cui bambini, ragazzi e adulti riconoscono qualcosa di sé. Non sono decorazioni — sono domande.
Come contattare Henri Olama per un progetto?
Il modo più diretto è scrivere su WhatsApp al +39 338 591 6894. In alternativa è possibile compilare il modulo nella pagina contatti. Henri risponde personalmente a ogni richiesta e, quando possibile, propone un primo incontro conoscitivo gratuito.
Qual è la differenza tra un laboratorio di Henri Olama e un’animazione interculturale standard?
Un’animazione interculturale standard porta contenuti culturali: cibi, costumi, musiche di paesi diversi. Un laboratorio con il Metodo del Cerchio Doppio usa quegli stessi elementi — percussioni, simboli, movimenti — come strumenti di conoscenza di sé. La differenza non è nel materiale usato: è nella struttura pedagogica sottostante e nell’obiettivo. Non si esce sapendo qualcosa sull’Africa. Si esce sapendo qualcosa di più su se stessi, attraverso un incontro con l’altro.
Ogni percorso che propongo nasce da un incontro reale — con una classe, con un insegnante, con una storia che merita di essere ascoltata. Non porto ricette preconfezionate: porto un metodo che si adatta, che cresce con le persone e che lascia qualcosa di concreto dopo ogni laboratorio. Questo è il senso del mio lavoro da molti anni.
Hai letto fin qui
Non rispondo con un preventivo. Rispondo con una proposta che parte dalla tua realtà: la tua scuola, il tuo contesto, i bambini specifici che hai davanti. Di solito comincio con una telefonata. Poi si vede.
Forse stai cercando qualcuno con cui costruire qualcosa che duri. Qualcuno che porti nelle tue aule — o nella tua organizzazione — un percorso vero, non un evento isolato. Parliamoci.