Ciò che l’albero custodisce: la sera di Anghiari
Sono tornato da Anghiari da qualche giorno, e c’è ancora qualcosa che non si è depositato del tutto. A maggio scrivevo che il resto lo avrei scoperto lì — adesso quel resto è successo, e provo a raccontarlo.
Venerdì 4 settembre, al Teatro di Anghiari, io e mia figlia Salomée abbiamo aperto la quindicesima edizione del Festival dell’Autobiografia con Ciò che l’albero custodisce: memoria, racconto e età della vita. Prima ancora del sipario c’è stato il tempo di ritrovare due persone che per me contano molto: Duccio Demetrio, il mio relatore di tesi, e Mariangela Giusti, con cui ho lavorato per anni all’Università Milano-Bicocca. Rivederli lì, prima di raccontare la mia storia, è stato un regalo che non mi aspettavo con questa intensità.

Quattro età, quattro simboli
Ho costruito la performance intorno a quattro simboli Adinkra, uno per ogni età della vita: Fihankra, la casa sicura, per l’infanzia. Nkyinkyim, la linea che cambia direzione senza perdersi, per la giovinezza e la partenza. Dwennimmen, le corna dell’ariete, forza e umiltà insieme, per l’età adulta. Sankofa, l’uccello che torna indietro per prendere ciò che serve ad andare avanti, per la memoria — e per la vecchiaia.
Non li ho spiegati uno per uno sul palco. Li ho lasciati fare da appigli, non da lezione.
L’albero di Gaoussou
Il titolo viene da un film che ho visto da ragazzo. Un bambino, Gaoussou, chiede per anni a suo zio dove sia suo padre. Quando finalmente diventa adulto, lo zio lo porta davanti a un grande albero e gli dice: “Ecco tuo padre.” Gaoussou guarda l’albero, guarda lo zio, e risponde: “Io vedo un albero.” Aveva ragione — in quella tradizione, quando qualcuno muore, si pianta un albero sopra la sua sepoltura.
Per anni ho pensato che il senso della storia fosse che Gaoussou, da bambino, non capiva, e da adulto sì. Oggi non ne sono più così sicuro. Forse aveva ragione entrambe le volte. Era un albero. Ed era suo padre.

Un fiume, un padre, una pizza a Milano
Ho raccontato anche pezzi più piccoli. Il fiume che attraversava il villaggio dove sono cresciuto, in Camerun centrale, e il rumore delle sue cascate — un rumore che non avevi mai bisogno di cercare, perché c’era sempre. E poi Fabio, un compagno della scuola serale a Milano, che una sera mi ha invitato a mangiare la mia prima pizza. Quando è arrivato il conto e io non avevo una lira, ha semplicemente detto: “Per lui pago io.” Senza farne un discorso. Me la ricordo ancora, quella pizza.

Salomée non è il mio futuro
La parte più delicata della serata, per me, è stata quella su Salomée. Ho detto al pubblico una cosa a cui tengo: lei non rappresenta il mio futuro. È il suo presente. Non le ho consegnato il mio albero, né la mia scala, né il mio Sankofa. Ne troverà uno suo, se vorrà. Io posso raccontarle da dove vengo — i suoi gradini, però, non posso salirli al posto suo.
Cantare insieme, quella sera, non era un modo per metterci d’accordo su una visione del mondo. Era un modo per incontrarci. Ed è diverso.

Il pubblico del Teatro di Anghiari era attento in un modo che si sente, non solo si vede. Alla fine mi porto a casa questo: raccontarsi non è mai un punto d’arrivo, è un gradino — e ce ne sono altri, anche per me, ancora da salire.
Di come la memoria, il corpo e il racconto lavorano insieme — nei laboratori che porto ogni giorno nelle scuole — avevo scritto qualcosa anche prima di partire. Chi vuole saperne di più può scoprire come funziona il Metodo del Cerchio Doppio, o come porto conferenze e performance come questa in altri contesti.