Henri Olama - Festival dell'autobiografia - Anghiari

Anghiari, 4–6 settembre 2026: le età della vita — e io ci sarò

C’è una fotografia che ho in testa da quando ho ricevuto questo invito. Non una foto vera, una di quelle che si formano da soli nella memoria. Sono a Milano, fine anni Novanta, seduto in un’aula dell’Università Statale. Davanti a me, Duccio Demetrio parla di autobiografia. Parla di come le parole scritte possano diventare specchio, strumento di conoscenza, atto di cura verso se stessi. Io ascolto e penso al villaggio di Ekoudbessanda, ai racconti degli anziani attorno al fuoco, alla voce di mio padre che insegnava senza spiegare. Penso che di autobiografia, nel mio popolo, si viveva — anche senza saperlo chiamare così.

L’invito ad aprire il festival è arrivato dalla professoressa Caterina Benelli e dalla professoressa Mariangela Giusti — con l’approvazione di Duccio Demetrio e dell’intero staff della LUA. Per capire quanto questo significhi per me, bisogna sapere una cosa: con Mariangela Giusti non ci siamo semplicemente incrociati in qualche convegno. Ho lavorato al suo fianco come assistente alla cattedra di Pedagogia Interculturale all’Università Milano-Bicocca. Insieme abbiamo ideato e costruito la prima Giornata Interculturale Bicocca — e poi le edizioni successive, ciascuna con la sua personalità, i suoi ospiti, le sue tensioni creative. Ho scritto un saggio nel volume che lei ha curato: Formarsi all’intercultura — La Giornata Interculturale della Bicocca di Milano (Franco Angeli, 2004). Come avevo fatto anni prima con Demetrio stesso, nel suo Agenda interculturale — Idee per chi inizia (Meltemi, 1997): il libro che ha formato una generazione di educatori italiani, e in cui ero già, in qualche modo, presente.

Ricevere questo invito da loro — e con la benedizione di Demetrio — non è un onore nel senso formale del termine. È una continuità che si fa visibile. È il senso stesso di Sankofa: tornare là dove hai lasciato qualcosa di importante, e raccoglierlo.

Trent’anni dopo quell’aula milanese, la Libera Università dell’Autobiografia mi apre le porte del festival più significativo d’Italia su questi temi. Il tema scelto per questa edizione — le età della vita — mi appartiene nel profondo. Il titolo del mio intervento è già tutto un programma: Ciò che l’albero custodisce — Memoria, racconto e età della vita.


Un tema che riguarda tutti — davvero tutti

Ogni epoca della nostra esistenza porta con sé un modo diverso di guardare il tempo. Il bambino non sa ancora che il tempo passerà. L’adolescente lo sente come nemico o alleato, mai neutro. L’adulto comincia a negoziare con esso. Il vecchio lo conosce finalmente per quello che è: non una linea retta, ma un fiume — come scriveva il filosofo e psichiatra Eugenio Borgna — ora rapido, ora lento, ora così silenzioso da sembrare fermo.

Ho cresciuto i miei figli in Italia e ho portato in me le stagioni della vita come le viveva mio padre in Camerun. Sono due grammatiche del tempo molto diverse, e spesso ho faticato a tenerle insieme. In molte tradizioni africane, la vecchiaia non è un declino: è il momento in cui si diventa custodi della memoria collettiva, voce degli antenati tra i vivi. L’anziano non è fuori dal cerchio — è al centro. Questa visione mi ha sempre sembrato una ricchezza immensa, qualcosa che l’Europa contemporanea ha in parte smarrito e forse, in questo momento storico, sta cercando di ritrovare.

Il festival di Anghiari è uno di quei luoghi in cui questa ricerca avviene con serietà e con cura.


Ciò che l’albero custodisce

Il titolo del mio intervento è già una soglia: Ciò che l’albero custodisce — Memoria, racconto e età della vita.

Partirò da Ekoudbessanda, il villaggio nella foresta del Camerun centrale dove sono nato — un posto dove ho imparato, prima di qualsiasi libro, che raccontarsi non è un lusso. È il modo in cui gli esseri umani si tramandano la vita.

Da lì, attraverso alcune voci africane ed europee che mi stanno a cuore da anni, proporrò un percorso nelle età dell’esistenza. Non un modello. Un racconto in prima persona — il mio — che prova a mostrare come ogni stagione della vita porti con sé una voce diversa. E come custodire quella voce nel tempo sia già un atto culturale, educativo, umano.

Il resto lo scoprirete ad Anghiari.


Salomée: il brutto show della vita cantato senza filtri

Tra un momento e l’altro del festival, mi affiancherà mia figlia Salomée, cantautrice. Suonerà e canterà quello che lei chiama, con ironia affettuosa e occhi aperti, il suo “Brutto Show” — la società di oggi, con le sue contraddizioni, i suoi rumori, la sua bellezza storta.

Ascoltarla è ogni volta una sorpresa. Le sue canzoni non commentano dall’esterno: entrano dentro le cose. E spesso, sentendola cantare, mi accorgo che quello che racconta è anche autobiografico nel senso più vero: non la storia di una persona, ma la storia di una generazione che cerca il proprio posto nel tempo.

Sarà, credo, un dialogo raro tra parola scritta e parola cantata. Tra memoria e presente. Tra padri e figli. Esattamente il tipo di incontro che fa bene, indipendentemente dall’età in cui ci si trova.


Anghiari: il luogo non è un caso

Anghiari è arroccato su una collina che domina la valle del Tevere — e si vede, appena si arriva, che non è un borgo che accoglie: è un borgo che sovrasta, che guarda lontano, che ha imparato nel tempo a tenere il punto. Il suo impianto urbanistico segue l’andamento del terreno e crea una struttura a gradoni, quasi teatrale. Lo si percorre lungo la “ruga” — una lunga strada in salita che attraversa tutto il paese e si apre su panorami della Valtiberina — e a ogni tornante lo sguardo cade sulla valle, sulle colline, sugli oliveti, su un orizzonte che non finisce mai.

Le sue piazzette e i vicoli stretti ospitano botteghe antiquarie e laboratori di restauro del mobile, officine silenziose dove qualcuno sta ancora riportando alla luce un pezzo di legno antico che sembrava perduto. È un’immagine che non riesco a non leggere in chiave autobiografica: c’è sempre qualcosa di noi che aspetta solo le mani giuste per essere restaurato.

Non lontano dal centro, in località San Lorenzo, sorge il Castello di Sorci, piccolo fortilizio la cui costruzione risale al XII secolo. Fu dimora del condottiero Baldaccio Bruni — uomo di guerra temuto e poi ucciso a tradimento, il cui fantasma, secondo la leggenda, aggirebbe ancora nelle segrete. Oggi ospita un ristorante con cucina contadina e una locanda, e quelle mura che hanno visto secoli di contese e ricostruzioni non sembrano affatto intimidire: anzi, invitano a sedersi, a mangiare bene, a raccontare.

Arrivando ad Anghiari noterete sul cartello segnaletico la scritta “Anghiari — città dell’Autobiografia”. Non è un’etichetta turistica. È un’identità che il borgo ha scelto di portare con orgoglio. Ed è esattamente per questo che il Festival dell’Autobiografia qui non è un evento ospitato: è un evento che appartiene al luogo. Le pietre, i vicoli, la luce di settembre su quella valle — tutto sembra fatto apposta per chi ha una storia da raccontare e finalmente il tempo per farlo.


Perché dovresti esserci — e non solo se ti interessa la scrittura

Non serve essere scrittori. Non serve avere già una storia da raccontare. Anzi, chi viene ad Anghiari spesso scopre di avere una storia proprio mentre la racconta.

Che tu sia insegnante, operatore sociale, genitore, nonno, studente, persona in mezzo al cambiamento: le età della vita sono il territorio comune di tutta l’umanità. La scrittura autobiografica non è un lusso per letterati — è uno strumento per capire chi si è stati, chi si è, chi si potrebbe ancora diventare.


Informazioni pratiche

📅 4–6 settembre 2026 | Anghiari (AR) Il programma completo sarà disponibile all’inizio dell’estate. 📝 Le iscrizioni apriranno il 10 giugno 2026. 🌐 lua.it

Io ci sarò. Spero di incontrarci lì.

— Henri

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